UNDICESIMO GIORNO
Anche oggi un'altra sorpresa; l'eco degli
avvenimenti di questa valle si propaga proprio
dappertutto, come un seme portato dal vento
che germoglia a centinaia di chilometri di
distanza. E' arrivato Felix, membro della
microscopica comunità marescana del quartiere
parigino di Ménilmontant. Ha fiutato nell'aria
questa sorta di magnetismo, ha piantato Parigi
ed è corso quaggiù. Trova un paese radicalmente
trasformato, non molto dissimile dal minestrone
multietnico della sua città.
Ore 16.00
Ancora un transennamento fino all'ingresso
principale del palazzo. Ormai sta diventando
un rituale collaudato. L'amalgama umano delle
centinaia di persone che stazionano lì davanti
offre la massima collaborazione con le guardie.
Si dispongono, quasi ammassandosi, lungo
i due lati della strada, ansiosi di vedere
se il prossimo invitato a palazzo sarà un
elemento utile a risolvere il rompicapo.
Ma stavolta non arriva nessuno. Nel piazzale
interno del palazzo vengono sellati una decina
di cavalli. Sembra che per la prima volta
dalla settimana scorsa qualcuno stia finalmente
per uscire da là dentro. Vedo formarsi un
capannello di una quindicina di persone attorno
ai cavalli; montano, si apre il cancello,
escono con andatura sostenuta. Il primo è
una guida, poi un funzionario governativo,
l'ometto con la tuba e la giacca di velluto,
Martin Fleishmann, Stanley Pons, Remedios
la bella circondata da sei Pancho Villa,
alcuni portatori con valige di cuoio e grandi
casse di legno. Proseguono al galoppo sù
per via Risorgimento e ben presto spariscono
dalla circolazione.
Con Felix andiamo in Alpe Piana, dove si
sono ormai accampati quasi tutti gli africani,
ai quali si sono uniti i seguaci europei
del djembè, il tamburo africano proveniente
dall'antico impero Mandingo, che suonano
anche loro questa musica di origine tribale,
coro di tamburi di ogni dimensione.
La strada di Alpe Piana è il tracciato delle
rotaie del vecchio trenino, tolto negli anni
'60 per far posto alle macchine. Il magazzino
della Ferrovia Alto Pistoiese, rimasto ancora
in piedi, è ritornato a nuova vita in questi
giorni, occupato da una famiglia americana.
Vediamo un'anziana signora è seduta fuori
dalla porta, alla quale faccio la solita
domanda divenuta ormai il tormentone di queste
giornate: "Perché siete venuti fin quà?"
"Mio marito era stato qui qualche mese
nel 1944 con le truppe americane. In tutti
questi anni aveva sempre voluto tornare ma
non ci decidevamo mai. Una mattina della
scorsa settimana ci siamo alzati, abbiamo
fatto la solita colazione e senza pronunciare
nemmeno una parola al riguardo, tutti e due
con la stessa idea in testa abbiamo fatto
le valige e ci siamo messi in viaggio".
Sono proprio incuriosito da questi americani
che non sembrano rappresentare l'America
alla quale si pensa di solito: l'America
della plastica, della gente che ingrassa,
l'America dell'usa e getta mutato geneticamente
nell'area centrale del Mediterraneo sotto
l'orribile nome rottamazione, l'America delle
armi vendute al supermercato, l'America poliziotta
del mondo, la civiltà americana della pena
di morte. Loro sono americani e basta, non
sembrano aver niente a che fare con quei
modelli. Semmai rappresentano l'America del
senso pratico, quello che tanto manca qui
in Europa, dove si perde tanto tempo in chiacchiere,
che danno spesso seguito solo ad altre chiacchiere.
Due giorni fa sono arrivati anche i quattro
figli e tutti i nipoti di Mrs. Eden. In tempi
da record hanno rimesso a posto e reso abitabile
il vecchio magazzino, di cui ci invita a
visitare l'interno. E' come una casa da vecchio
west, legno dappertutto. Si sono anche portati
dietro il dagherrotipo del bisnonno indiano
della signora, ritratto con un copricapo
di piume e lo sguardo fiero, che impugna
come uno scettro un bastone decorato con
pelli. Cento Nomi è il suo nome. "Si
chiama così perche' viaggiava per tante altre
tribù indiane, ognuna delle quali gli aveva
dato un nome diverso.", ci spiega Mrs.
Eden.
A forza di parlare, alla fine ci invitano
a cena. Prendiamo parte alla grande tavolata
insieme a tre intere generazioni, dove si
serve un buonissimo minestrone, con in sottofondo
i ritmi dei djembè suonati nei campi di là
dalla strada. Gli americani raccontano della
vita nella loro fattoria nelle campagne della
Georgia; Mrs. Eden parla delle sue dieci
sorelle sparpagliate per tutti gli Stati
Uniti. A star lì una settimana ci racconterebbe,
una per una, tutte le loro storie. Siamo
sorpresissimi di quella bella cordialità
americana. "Tornate a trovarci! Ormai
che ci siamo staremo qui fin quando non si
sa cosa fanno dentro al palazzo".
Lasciamo gli Stati Uniti dietro a quella
porta, attraversiamo la strada, prendiamo
su per i campi e ci immergiamo nell'Africa
del grande concerto dei djembè.
DODICESIMO GIORNO
La comitiva a cavallo di ieri era diretta
verso il monte Uccelliera, il cui sentiero
di accesso è stato chiuso al traffico dopo
il loro arrivo. Non ci sono notizie precise
al riguardo, solo alcune voci passate di
bocca in bocca, originate, sembra, da alcuni
giornalisti italiani appostati dietro il
monte Gennaio, appena oltre il confine mapsulonnaise.
Mettendo insieme quei frammenti di notizie,
si è potuto ricostruire che la comitiva si
è fermata sul crinale e vi è rimasta quasi
fino all'alba. L'ometto scrutava il cielo
con canocchiali di tutte le misure ed altri
strani strumenti; prendeva paginate di appunti
e parlava speso con Remedios. Per circa mezz'ora
hanno tenuto puntato in cielo una specie
di telescopio, collegato a varie molle e
contrappesi che facevano muovere un indicatore
su una scala. Poi, durante una sorta di pic-nic
notturno, l'ometto e Fleishmann e Pons hanno
discusso a lungo riferendosi ad una specie
di scatola dalla forma piu' o meno di una
botte, che si passavano di mano in mano.
Poco prima delle cinque di stamattina la
compagnia è rientrata a palazzo.
Passo sempre più tempo per strada rapito
da questo mondo in miniatura dove basta girare
l'angolo per cambiare continente.
Oggi in piazza si era ricreato una specie
di speaker's corner, come quello di Londra.
Un curioso personaggio, con indosso una casacca
blu scura e gli occhi aggressivi e spiritati
puntati nel vuoto, predicava una strana cosa,
secondo cui il giorno del suo compleanno
ci sarà una catastrofe mondiale. Si salveranno
solo in 144, quelli che si convertiranno
al suo nuovo culto. In piedi su di una cassetta
da frutta, giusto per dare l'idea di un palco
e distinguersi dal suo uditorio, elencava
con tono solenne la lista delle ventitrè
persone, lui compreso, che si sono già assicurate
la salvezza.
Poco più in là c'era un ragazzo inglese con
indosso una tuta di jeans mezza strappata,
in piedi su uno scaleo. Lui voleva fondare
una comunità, una specie di nuova società
in polemica con il ricco sud dell'Inghilterra.
Requisiti essenziali: essere ex-imbianchini
ed essere nati a Manchester. Ma nessuno lì
intorno rispondeva a quelle caratteristiche.
Peccato.
Ho incontrato anche i miei giornalisti russi
che andavano in giro cercando di intervistare
qualcuno che parlasse la loro lingua. Si
devono essere decisi a mettersi al lavoro
dopo aver letto quella lettera arrivatagli
da Mosca che gli ho consegnato stamani mentre,
come al solito, mangiavano. Prima ancora
di averla finita di leggere, Alexej ha cominciato
a borbottare in russo; se la sono passata
e ripassata, alzando sempre più la voce,
finendo per litigare. Alla fine Semion è
andato a frugare nella sua valigia, da dove
ha tirato fuori una macchina fotografica;
un altro agitato borbottìo rivolto forse
a se tesso e poi è uscito.
Per ora hanno trovato solo Renato, personaggio
locale che ha imparato il russo per leggere
libri di scacchi e per poter chiedere ai
suoi interlocutori "ia umivaiu ruki,
che vuol dire?" e sentirsi rispondere
"non lo so". La loro buffa conversazione
scivola ben presto sull'argomento scacchi.
Renato gli ha proposto un famoso problema
da lui inventato che nel 1996, anno della
febbrile moda scacchistica marescana, fece
spremere decine di menti senza che nessuno
ne trovasse la soluzione.
Lì intorno ho rivisto anche la matrona del
circo che con aria furtiva zoppicava qua
e là con un fagotto in mano, prima di sparire
dietro un angolo.

Il problema di scacchi
TREDICESIMO GIORNO
Laetitia Casta aveva espresso già da tempo
il desiderio di venire qui a ritrovare le
sue origini mapsulonnaises. Guarda caso si
è decisa proprio ora, arrivata in calesse
nel primo pomeriggio. Ha fatto subito una
sosta da alcuni parenti nei pressi del Camp'e
la Giovanna, poi è stata portata a Case Zuccheri
presso la vecchia casa dei bisnonni.
Mi sono messo ad aspettare il suo passaggio
in piazza, dove ho incontrato tantissimi
paesani, anche loro lì ad aspettare la Casta.
L'improvviso dilatarsi del numero degli abitanti
dà l'impressione che si sia dilatato anche
lo scorrere del tempo; è passata solo una
settimana dall'inizio di questa specie di
invasione, ma sembrava a tutti di non vedersi
da mesi.
Mentre aspettavo ho notato davanti all'osteria
Bar Maresca una lunga fila di tavolini in
mezzo a due file di sedie: un torneo di scacchi
organizzato da Renato e i russi. Tra i partecipanti
spiccavano molti indiani con i loro turbanti
in capo e, quasi in fondo alla fila, i gemelli
siamesi del circo seduti entrambi da una
parte della scacchiera. Stavano evidentemente
giocando l'uno contro l'altro; uno giocava
da sé mentre l'altro faceva fare le mosse
ad un circense seduto dall'altra parte.
Il corteo è salito da via Risorgimento, accompagnato
dal suono di corni, tamburi e squilli di
tromba. Laetitia Casta era su un palanchino
di legno portato a mano dagli uomini più
robusti scelti dalle borgate di Tafoni, Case
Biondi, Borgo Freddo e Case Alte. Era un'immagine
di suprema bellezza, seduta tra broccati
e cuscini finemente ricamati d'oro con immagini
di scene bucoliche, aveva indosso un costumino
decorato con diamanti e gemme di tutti i
colori. Come una regina salutava i suoi paesani
con leggeri cenni del capo, altre volte invece
agitava le mani allegramente. Ci siamo uniti
tutti alla colorita processione che alla
fine si è sciolta nell'aia di Case Zuccheri.
C'erano banchetti con castagnaccio, necci
e manufatoli, i prodotti locali derivati
dalla castagna; e poi sobbretti* e funghi
porcini cucinati in tutte le salse, ma soprattutto
il vino della vigna Ciampi in grandissima
quantità; tutto pronto per una festa destinata
a durare una notte intera. Pochissimi i curiosi
forestieri, tantissimi invece i paesani;
non ricordo che mancasse nessuno, tutti accorsi
qui come ad un raduno, a riappropriarsi del
proprio territorio, a ritrovare la propria
identità persasi tra mille altre piombate
improvvisamente da altrettanti angoli del
pianeta. Ognuno aveva da raccontare dei propri
ospiti, i quali a parte qualche buffo episodio
di incomprensione, hanno portato una sana
ventata di novità in tutte le case.
La Casta è stata accompagnata un po' per
i banchetti dell'aia e dopo pochi minuti
è sparita nella casa dei bisnonni insieme
a tutto il suo seguito. Non appena il vino
Ciampi ha cominciato a scorrere è arrivata
la Tristan Tzara and the dada band, vecchio
gruppo dei tempi della contaminazione musicale
irlandese riformatosi per l'occasione. Verso
metà serata Laetitia Casta è uscita, sorprendentemente
vestita in stile campagnolo; indosso un vestito
fittamente ricamato con immagini di vita
campestre, in capo un'alta corona intrecciata
con spighe di grano e fiori secchi, in mano
un bouquet di fiori di campo. E' salita su
una scala fino al seggiolone messole a disposizione
ad un'estremità dell'aia, da dove ha potuto
osservare le danze: tarantelle, canzoni marinaresche,
gighe, quadriglie e ballate delle più varie.
Dopo aver bevuto il Ciampi ed aver mangiato
i manicaretti offertigli da un improvvisato
comitato di accoglienza, ha posato l'ingombrante
corona sul seggiolone ed è scesa nelle danze,
spezzando il cordone di sicurezza dei personaggi
del suo seguito, sorpresi dalla rottura del
rigido cerimoniale.
________________
(*)Sobbretto: Altro alimento tradizionale
della montagna pistoiese fatto di farina
di granturco, preparato cuocendo l'impasto
tra due testi, dischi di pietra arenaria
usati prevalentemente per cuocere i necci.
Laetitia Casta verso Case Zuccheri

Laetitia Casta sul seggiolone
QUATTORDICESIMO GIORNO
Oggi tira una brutta aria. Niente saltimbanchi,
niente giocolieri, niente musicanti per strada.
E' stato scoperto un tunnel che dall'esterno
accede ad una qualche stanza del palazzo,
scavato in chissà quanti giorni da due svizzeri
ed un nano del circo. Si sa quasi per certo
che sono riusciti a portar fuori alcuni preziosi
documenti. Secondo alcune voci sarebbero
già stati acciuffati, ma è evidente che li
stanno ancora cercando. Il paese è sotto
assedio da stamani, guardie dappertutto.
Pur mantenendo un certo garbo professionale,
perquisiscono freneticamente case su case,
tende, capanne. Ad alimentare la confusione
ci si è messo anche un certo Josef Kohnle,
partito in mongolfiera quattro giorni fa
dal sud della Germania e atterrato proprio
oggi in mezzo alla folla antistante il palazzo.
Il tendone del circo brulica di guardie come
un formicaio. Viene perquisito con precisione
millimetrica mentre i circensi stanno tutti
fuori, tutti in piedi uno affianco all'altro
come un esercito, con le braccia conserte,
espressione di sfida e lo sguardo più impenetrabile
del solito. Gli animali urlano spaventati
dalla confusione. Una scimmia rimasta dentro
il tendone è saltata addosso ad una guardia
e l'ha presa a morsi e graffi finchè non
gliel'hanno staccata di dosso e l'hanno portato
via. E' seguito un inutile interrogatorio
ai circensi che hanno risposto con brevi,
secche frasi nella loro lingua incomprensibile,
mentre indicavano ripetutamente il tendone.
Non so se hanno trovato traccia dei documenti
spariti, di sicuro non hanno trovato il nano
e gli svizzeri.
SEDICESIMO GIORNO
Trascorro interminabili mattinate a colazione
con gli inglesi alla pensione Guidotti, ex
villa Chambers-Ciambra.
Molti hanno un'aria da esploratori di fine
'800: pantaloni e scarponi da montagna, calzettoni
di lana, camice a quadri e barbe dalle forme
più bizzarre. Tutto per passare l'intera
mattina, a volte tutto il giorno, nella hall
dell'albergo a fumare la pipa e sentire i
racconti dei vari giornalisti che hanno speso
anni negli angoli piu' remoti dell'ex impero
Britannico. Verso le tre del pomeriggio,
con calma, scendono in centro a piccoli gruppetti;
chi a caccia di notizie, chi per rappresentare
l'Inghilterra nell'amalgama umano davanti
al palazzo.
C'e' David Austin della BBC, che ritrovo
qui dopo aver sentito la sua voce alla radio
per anni; c'è addirittura Christopher Young,
un giornalista di Pitcairn Miscellany, l'unico
giornale di una delle isole abitate più irraggiungibili,
forse la più irraggiungibile, piazzata a
metà strada tra la Nuova zelanda ed il Sudamerica.
Questa nostra epoca sembra rinchiudersi sempre
più in una bolla asettica mentre strappa
le sue radici nella storia passata, ma l'origine
di Pitcairn Miscellany impone di fare un
salto indietro di oltre duecento anni, nel
1789 ai tempi dell'ammutinamento del Bounty*.
Gli ammutinati capeggiati da Fletcher Christian,
avevano girovagato per mesi alla ricerca
di un'isola disabitata, fuori da tutte le
rotte. Il 15 Gennaio 1790 sbarcarono a Pitcairn
insieme ad un gruppo di thaitiani trovati
per strada, e ne fecero la loro nuova casa.
Pitcairn Miscellany si occupa esclusivamente
di cronaca dell'isola: previsioni del tempo,
rapporti sulla pesca, sulle navi in arrivo,
articoli di residenti e visitatori, un articolo
del pastore e annunci di compleanni. Eppure
Young, non si sa come, è venuto a sapere
cosa stava accadendo in questa remota valle
dell'Appennino Tosco-Emiliano e, pur non
essendosi quasi mai mosso da Pitcairn, in
tre giorni ha raggiunto in barca una nave
diretta in Nuova Zelanda, poi da Auckland
ha preso il primo apparecchio per l'Europa
ed ora eccolo qua. Dice che è stato come
trascinato da una forza irresistibile che
lo ha fatto partire; non poteva tradire la
sua vocazione di giornalista, doveva per
forza essere qui di persona a vedere cosa
succedeva per riportare a casa notizie di
fonte certa, come le vede uno di Pitcairn.
Stamani è lui a tenere banco. Racconta mille
particolari dell'affascinante storia della
sua isola: di come gli ammutinati trascorsero
i primi anni in assoluto isolamento dal resto
del mondo; degli scontri con i Thaitiani,
a seguito dei quali nel 1794 rimasero in
vita solo quattro degli ammutinati. Racconta
poi dei due trasferimenti in massa, piu'
o meno forzati, dell'intera popolazione di
Pitcairn: il primo nel 1831 a Thaiti ed il
secondo nel 1856 nell'isola disabitata di
Norfolk. Alla fine sono sempre ritornati
indietro, così ancora oggi la maggior parte
della popolazione di Pitcairn porta i cognomi
degli ammutinati del 1790: Christian, Young,
Adams, Quintal e McCoy.
Mentre parla, gli occhi di Young saltano
qua e là come se percorressero tutti quegli
anni in lungo e in largo, dal 1790 ad oggi.
Si vede che è una storia che tutti conoscono
per filo e per segno a Pitcairn, una storia
lunga duecento anni, l'unica che veramente
li riguardi.
Si arrabbia quasi, Young, quando parla dello
stato attuale di Pitcairn. La popolazione
odierna è di circa sessanta abitanti; come
tante microetnie sparpagliate in tutto il
mondo, anche quella di Pitcairn rischia di
scomparire. Young dice che la modernità lì
proprio non riesce ad arrivare: c'e' un collegamento
telefonico di qualche ora la settimana, non
c'e' la televisione, non c'e' internet. I
giovani, quindi, tendono ad andarsela a cercare
in Nuova Zelanda o in Australia.
Il maggior problema che potrebbe verificarsi
sull'isola tra breve tempo è la mancanza
di uomini in grado di trasportare a terra
il cibo e il materiale in arrivo dalle navi.
Non c'e' infatti alcun attracco diretto a
terra, la roba deve essere caricata dalle
navi su piccole imbarcazioni e poi riscaricata
a terra.
In mezzo a questo occidente ossessionato
dall'iperattività, da bravi conservatori
questi inglesi hanno preservato benissimo
l'arte di perder tempo. In attesa di ispirazione
per scrivere un pezzetto per il giornale,
due giornaliste si mettono dei larghi cappelli
di paglia infiocchettati con nastri color
viola pallido, e vanno a dipingere degli
acquarelli del paese visto dal Ronco.
Scendo giù con loro ripensando all'isola
di Pitcairn, concretizzazione estrema dell'ideale
di indipendenza.
________________
(*)Bounty: Vascello di Sua Maestà britannica
partito il 23 Dicembre 1787 da Porthsmuth
e diretto a Thaiti per prendere alberi del
pane e portarli nelle Indie Occidentali per
alimentare gli schiavi.

Una mongolfiera dalla Germania