SETTIMO GIORNO
Quando mi sono svegliato casa mia era sempre
la stessa, ma dato il gran vociare che veniva
da ogni direzione, è stato come se durante
la notte fosse stata catapultata in mezzo
ad un mercato. Poco dopo essere uscito per
strada, ho notato un'alta tenda indiana nel
parco della scuola, in mezzo ad altre piccole
tende e sistemazioni di fortuna. Non poteva
essere che il tepee di Pietro Tartamella.
Vecchia conoscenza mapsulonnaise, Tartamella
è un poeta di strada, romanziere, raccontastorie,
ma soprattutto specializzato in protesta
ceativa. Nel 1973 salì su un albero in pieno
centro a Torino riuscendo a far parlare di
sé La Stampa che titolò: "C'e' un poeta
su un albero. Visitato da un medico."
Lassù Tartamella iniziò il libro-poesia "Ballata
del poeta sull'albero". Nel 1988, a
seguito di una lunga controversia con il
sistema fiscale, vennero pignorati tutti
i mobili della sua edicola; apparentemente
una sventura, che scatenò però una reazione
di segno opposto: si guadagnò l'appoggio
e la solidarietà di tutto il quartiere di
via Vanchiglia. Per due mesi rimase a vendere
giornali sistemati in cassette di frutta
e appesi su pezzi di spago e fili di ferro
riuscendo anche ad incrementare le vendite.
Nello stesso periodo inviò centoventidue
panini imbottiti di salame al sindacato giornalai
per denunciarne la latitanza.
Dal 1994 si è dato il nome indiano Ah-Che-Waga-Chun
(Colui Che Salì Sull'albero) ed è diventato
il raccontastorie della tenda indiana: gira
il mondo montando qua e là un tepee alto
sei metri dentro il quale bambini e adulti
si riuniscono ad ascoltare racconti indiani.
Come poteva uno come lui mancare a quest'appuntamento?
Domando di lui intorno alla tenda. "Tartamella
non c'e'. Tanti sono andati laggiù, verso
il palazzo… dicono che sta arrivando qualcuno…".
Infatti le guardie hanno messo due linee
di transenne lungo via Risorgimento, partendo
dall'ingresso del palazzo. Hanno creato un
corridoio vuoto in mezzo alla folla per far
passare due personaggi, arrivati verso mezzogiorno,
un pò disorientati dalla gran massa di gente.
Mentre attraversavano il corridoio scortati
da due guardie, tutti si domandavano chi
fossero, loro invece sembravano chiedersi
il perché di tutta quella confusione.
Erano Martin Fleischmann e Stanley Pons,
gli inventori della fusione fredda. Nel marzo
del 1989, dall'universita dello Utah sbalordirono
il mondo scientifico annunciando di aver
scoperto una reazione chimica rivoluzionaria,
un fenomeno di produzione energetica che
avviene quando l'idrogeno e il deuterio,
presenti in abbondanza nell'acqua, si incontrano
con metalli quali palladio, titanio o nickel.
Al tempo del clamoroso annuncio si gridò
quasi al miracolo, dato il rapporto tra l'energia
termica sprigionata dalla fusione fredda
e le bassissime radiazioni prodotte. Sembrava
una fonte d'energia pulita in grado di risolvere
tutti i problemi di approvvigionamento energetico
dell'umanità. L'esperimento di Fleischmann
e Pons fu ripetuto in tutto il mondo. Nessuno
potè negare categoricamente che il fenomeno
esistesse, ma allo stesso tempo non fu trovata
alcuna spiegazione teorica. Gli scienziati
non si trovarono d'accordo; lentamente la
cosa venne definita una buffonata e, senza
che nessuno dicesse fino in fondo l'ultima
parola, si finì per non parlarne più.
Le guardie hanno accompagnato i due scienziati
fin davanti al cancello, dove sono stati
accolti da un gruppetto di commessi.
Finalmente tornando indietro ho incontrato
Tartamella. Stava vendendo poesie scritte
al momento su una macchina da scrivere, battute
al tempo di una canzone blues suonata da
un chitarrista lì accanto. Ci siamo salutati
festosamente e mi ha regalato una poesia
improvvisata su Robin Hood.
OTTAVO GIORNO
Mattina
I riflettori del giornalismo mondiale cominciano
a puntarsi su questo remoto paesucolo. Da
fonti attendibili vengo a sapere che in giornata
arriverà Peter Arnett della CNN, divenuto
famoso per essere stato per giorni l'unico
giornalista a Bagdad nel 1991, durante la
guerra del golfo. La sua popolarità è poi
sbiadita negli anni con l'affermarsi di altri
personaggi ed altri palcoscenici del teatro
dell'informazione.
Probabilmente ha fiutato la situazione ed
ora ritenta il colpo. C'e' da giurare che
nel giro di poco si porterà dietro tutti
i gotha dell'informazione mondiale.
Per il momento le frontiere esistono solo
sulla carta, perciò ho approfittato dell'occasione
e in mattinata ho fatto un lungo giro oltre
i confini mapsulonnaises.
"Ci mancava anche il circo" mi
ha detto un doganiere a Ponte alla falce.
"E' qui da ieri ma noi non lo facciamo
entrare di certo, abbiamo ordine di far passare
solo pedoni e mezzi autorizzati". Poco
più in là infatti, davanti al Cinema Reno
c'erano una decina di carrozzoni parcheggiati
in attesa di varcare il confine.
Una grassa matrona con indosso un grembio
bisunto era appoggiata su una scaletta all'ingresso
del suo carrozzone insieme a due gemelli
siamesi e litigava con due doganieri italiani.
Loro urlavano ripetutamente che il circo
lì non poteva più sostare e dovevano andarsene,
lei ripeteva la stessa frase nella sua lingua
incomprensibile, il cui senso era comunque
chiarissimo: "finchè non ci fanno entrare
di qui non ci muoviamo". Dalla finestra
di un altro carrozzone era affacciato un
uomo dai lunghi baffi dall'aria truce ed
arcigna che guardava la scena mezzo divertito;
da un carro adiacente spuntava il collo di
una giraffa.
Non ero più stato in Italia praticamente
dai tempi della dichiarazione di indipendenza.
Rivedendo quei luoghi mi sono reso ancora
più conto dei grandi cambiamenti avvenuti
a Mapsulon in questi pochi anni. Nonostante
le frontiere siano praticamente aperte da
due giorni, dalla parte italiana c'e' ancora
una gran confusione.
Ho risentito l'assordante orgia dei clacson,
i gas di scarico e le urla degli automobilisti
isterici mentre dei carrattrezzi facevano
la spola per portar via le centinaia di auto
abbandonate nei pressi del confine. Attaccati
agli edifici lì intorno c'erano dei maxischermi,
ognuno che trasmetteva una cosa diversa,
in gran parte pubblicità, i cui suoni si
mescolavano insieme a quelli del traffico
rendendo la scena simile ad un'immagine fantascientifica
di una megalopoli in decadenza. Ingollato
il rospo della moratoria antitelevisiva,
i grossi media hanno sistemato i frutti peggiori
dell'abuso audiovisivo proprio qui davanti
al confine mapsulonnaise, come a dire "questa
battaglia l'abbiamo persa, ma siamo pronti
a sferrare l'attacco in qualsiasi momento".
Poi ho rivisto l'asfalto e il grigiore del
nudo cemento. Nella mia capitale, nonostante
la critica situazione finanziaria dello stato,
e' stato fatto di tutto per rimuoverlo o
coprirlo con eleganti mattoni rossi donati
dalla corona britannica. Ora che non c'ero
più abituato, quel grigio mi ha disturbato
ancora di più.
Ho preso l'autobus deciso ad arrivare a Gavinana.
Più ci si allontanava dal confine, più i
paesi apparivano deserti, facile indovinare
dov'erano gli abitanti. Evidentemente la
confusione a Ponte alla falce era dovuta
in gran parte alle tante persone che ancora
continuano ad arrivare. A Bardalone ho visto
solo un gruppetto di donne che in tutta fretta
entravano in un negozio, come per comprare
le ultime cose prima di correre anche loro
ad unirsi alla folla pochi chilometri più
in là.
Anche a Gavinana, c'era da prevederlo, non
circolava anima viva. Ho passeggiato un pò
per il paese senza incontrare una sola persona;
anche il monumento equestre a Francesco Ferrucci
sembrava volersi voltare verso la valle del
Maresca e partire al galoppo. I negozi erano
tutti chiusi tranne il Bar Franceschi, dove
sono entrato con gran sorpresa del barista,
che ormai non si aspettava di vedere nessuno.
"Nel giro di un giorno il paese si è
svuotato. Sto scegliendo la roba da portare
via e poi vado là anch'io. Allestirò provvisoriamente
il bar da qualche parte, la clientela non
dovrebbe mancare."
Ore 15.00
E' arrivato Peter Arnett. Il suo seguito
di tecnici è arrabbiatissimo perché non li
hanno fatti passare con i furgoni e le automobili.
Hanno dovuto scaricare cavi, lampade, macchine
da presa e quant'altro e ricaricare tutto
su alcuni barrocci. Sono arrivati così, in
centro: uno strano contrasto tra il marrone
del legno dei carretti e il luccichio metallico
delle attrezzature della CNN.
Arnett si e' piazzato nei pressi del palazzo
ed ha cominciato subito a trasmettere, con
la folla sullo sfondo. Dice che qui sta succedendo
qualcosa che non ha precedenti, elenca tutti
i personaggi che sono entrati a palazzo e
poi intervista una bella ragazza spagnola.
"Perché sei qui?" "Vine porque
vinieron todos los otros" (sono venuta
perché ci venivano tutti gli altri).
E' proprio paradossale; questo paese che
da piu' di due anni ormai vive senza televisione,
rimbalza improvvisamente in diretta sugli
schermi di tutti i continenti. Fuggito dal
clamore isterico dei tempi moderni, si appresta
a diventare oggetto di un ennesimo evento
mediatico globale.

Gavinana: Piazza Francesco Ferrucci
NONO GIORNO
Stamani è arrivata una carovana di aiuti
alimentari inviati personalmente da Kirsan
Ilyumzhinov, presidente della Repubblica
caucasica russa della Kalmykiya. Sono decine
e decine di grandi casse di legno arrivate
su altrettanti barrocci, legate da corde
robuste e contrassegnate da indecifrabili
etichette in cirillico.
La figura di Kirsan Ilyumzhinov è il modello
perfetto dei nuovi miliardari russi, quelli
che arrivano sulla costa adriatica italiana
il fine settimana e, forti dei loro rotoli
di banconote, si riempiono le tasche di gioielli
o comprano mucchi di vestiti dalle botiques
più esclusive.
Ilyumzhinov compro' la sua elezione a presidente
della Kalmykiya nell'Aprile del 1993, girando
il paese con la sua Rolls Royce a lanciare
dollari dal finestrino. Tra le sue promesse
elettorali più curiose spiccarono il dotare
di telefono satellitare tutti i pastori delle
steppe caucasiche e l'acquisto di Diego Maradona
per la nazionale di calcio. Per la sua successiva
rielezione dell'ottobre 1995, gli bastò invece
presentarsi alle elezioni come unico candidato,
in aperta violazione delle leggi federali
russe, assicurandosi la poltrona fino 2003.
Maniaco scacchista, nel 1996 si fece eleggere
presidente della FIDE (Fédération Internationale
des Echecs, Federazione Internazionale di
Scacchi) con un'operazione ai limiti della
legalità regalando costosissimi orologi per
corrompere i delegati. Nello stesso anno
riuscì a far salire la sua capitale, Elista,
sulla ribalta internazionale come sede del
mondiale di scacchi Karpov-Kamsky.
Nel 1998 qualcuno ha sospettato che i movimenti
finanziari di Ilyumzhinov fossero legati
alla scomparsa di Larisa Yudina, giornalista
di Sovetskaya Kalmykiya, l'unica testata
di opposizione al governo. La Yudina condusse
un'inchiesta sulla sorte di 70 milioni di
dollari di fondi statali assegnati, prima
della sua elezione a presidente, ad una ditta
intestata a Ilyumzhinov per comprare lana.
I fondi sparirono nel nulla, poco dopo la
ditta si sciolse e Ilyumzhinov fu eletto
presidente.
Nel giugno del 1998 La Yudina venne contattata
da un misterioso interlocutore che la invitava
per rivelarle nuovi particolari sulle manovre
finanziarie di Ilyumzhinov, incontro dal
quale non tornò più: fu ritrovata il giorno
dopo barbaramente uccisa a coltellate.
Per questa come per altre misteriose vicende
avvenute in Kalmykiya, le autorità federali
russe non hanno mai mostrato di voler chiarire
le cose più di tanto, forse perché Ilyumzhinov
ha sempre sostenuto Yeltzin, sostegno che
dev'essere stato prezioso tutte le volte
che la poltrona del presidente russo ha traballato.
Sembra che ora Ilyumzhinov abbia intenzione
di sostituire Yeltzin, candidandosi alle
presidenziali russe del 2000. Poveri russi,
se risultasse eletto cadrebbero dalla padella
nella brace!
Mi pare che per qualche calcolo politico
Ilyumzhinov voglia stendere la sua lunga
mano su questo paesucolo, iniziando con l'invio
degli aiuti che peraltro credo nessuno gli
abbia chiesto, non essendoci al momento alcun
rapporto diplomatico tra Mapsulon e la Kalmykiya.
Ma le autorità mapsulonnaises sapevano evidentemente
con chi avevano a che fare. Le casse hanno
sostato tutta la mattina alla dogana merci
del Vallino e poi sono state rimontate sui
barrocci e rispedite al mittente.
Dopo il grande rimescolio dei primi giorni,
i principali gruppi etnici tendono a riunirsi
e spostarsi in una determinata zona del paese.
Gli arabi si stanno trasferendo in Borgo
Freddo. Ieri sera hanno fatto una cena tutti
insieme nell'aia, dove avevano acceso anche
un gran fuoco. Con sorpresa, ci ho incontrato
Mustafà, personaggio che aveva gravitato
per anni nei dintorni di Maresca quando ancora
faceva parte della Repubblica Italiana, prima
di sparire nel nulla. Era lì attorno al fuoco
che ballava al ritmo della musica magrebina
che avvolgeva tutto Borgo Freddo.
I cinesi, che finora girellavano nei dintorni
del palazzo o ingrossavano il fiume umano
che riempie le strade notte e giorno, si
sono concentrati a Tafoni. Alcuni ci hanno
aperto anche un ristorante: una baracca di
legno con all'esterno qualche lanterna e
un'insegna scritta in rossi caratteri cinesi,
tirata su nel giro di un giorno nel piazzale
vicino al circolo di Tafoni.
I livornesi si sono ritrovati tutti a Case
Biondi, mentre gli inglesi sono tutti alla
pensione Guidotti, ex villa Chambers, costruita
nel 1903 dagli inglesi Chambers provenienti
da Fiesole che ne fecero la loro residenza
estiva. Fu soprannominata popolarmente la
ciambra per difficoltà di pronuncia derivate
dagli scarsissimi contatti dell'allora popolazione
marescana con la lingua inglese. Nel 1923
la villa fu comprata dalla famiglia Guidotti
e trasformata in pensione. Gli inglesi probabilmente
ci hanno sentito aria di casa e vi si sono
trasferiti in massa.
Ho accettato di ospitare Semion e Alexej,
due giornalisti russi arrivati questo pomeriggio.
Dopo pochi convenevoli di saluto hanno mollato
i bagagli e si sono precipitati ad ispezionare
la cucina. Poi, sfruttando al massimo la
loro conoscenza delle lingue straniere, si
sono informati sui cibi locali e sugli orari
dei pasti. Ho cercato gentilmente di fargli
capire che dovranno un pò arrangiarsi; non
posso certo perdere le mie giornate ad accudirli.
DECIMO GIORNO
Nonostante questa vicenda duri da quasi cinque
giorni, stamani mi sono accorto di quanto
sia difficile metabolizzarla. Sono stato
svegliato da un vocìo più intenso del solito
giù in strada, e proprio non capivo cosa
stesse succedendo. Mi ci è voluto un po'
a ricordare che il paese è pieno di gente
venuta da mezzo mondo, che l'assemblea mapsulonnaise
al gran completo è asserragliata da giorni
dentro al palazzo e che qualcosa di grosso
deve bollire in pentola. Mi affaccio e capisco
che cos'erano tutte quelle voci: lungo tutta
la mia via è sorto improvvisamente un mercato
indiano.
In cucina ci sono i russi che fanno colazione.
"Dobridien", buongiorno. Mangio
qualcosa con loro poi scendo nel mercato.
Quando ci si sforza di rammentarsi l'eccezionalità
di tutta questa situazione, vengono in mente
tante domande che rimangono senza risposta.
Come fanno questi indiani ad aver portato
qua tutta questa mercanzia? Ad aver ricostruito
il loro ambiente per filo e per segno? Anche
il caldo non sembra essere di queste parti.
Mi perdo a lungo tra i colori del mercato,
poi incontro Sasha, un amico che abita a
non più di 100 metri da qui. Discutiamo di
come sia difficile incontrarsi di questi
tempi, come imbattersi per caso a Londra
o a Parigi con qualcuno che si conosce. Poi
Sasha dice che al palazzo stanno transennando
la strada un'altra volta.
Arriviamo là appena in tempo per assistere
all'arrivo di Remedios Buendía, una strana
ragazza sudamericana detta Remedios la bella.
Era circondata da sei personaggi che potevano
benissimo essere compagni di Pancho Villa:
due fucili ciascuno nelle fondine, un cinturone
pieno di proiettili, cappello messicano;
quattro uomini ai lati, uno davanti e uno
dietro che la scortavano con andatura sostenuta.
La testa di Remedios si vedeva a malapena,
coperta da uno scialle nero che le arrivava
fino al collo. Neanche mezz'ora dopo che
fosse sparita nelle viscere del palazzo,
circolavano già le prime, strane voci sulla
sua identità, messe in giro dai sudamericani.
Alcuni argentini dicevano di conoscerla bene,
ma credevano che esistesse solo nelle leggende!
L'hanno descritta come un personaggio pericolosissimo,
di una bellezza sovrumana. Si dice che chiunque
l'abbia sfiorata o abbia visto per un attimo
il suo volto, sia rimasto segnato indelebilmente
da una lancinante inquietudine d'amore e
in molti casi ne sia anche morto, per questo
gira con uno scialle in testa. Non è un essere
di questo mondo, dicono i sudamericani; dovunque
passi lascia una scia di conturbamento percepibile
anche dopo ore; è di una bellezza irresistibile
eppure i suoi modi non sono associabili alla
comune femminilità: mangia con le mani, ha
i capelli rasati a zero, non si trucca, e
veste solo con una palandrana di canapa cucita
da lei stessa che, per far prima, si infila
dalla testa. La leggenda dice che l'ultima
volta che l'hanno vista al suo paese, molti
anni fa, stava stendendo lenzoli nel patio
di casa. Ad un certo punto si levò in volo,
dall'alto salutò tutti con la mano e sparì
nel nulla.
Ore 15.30
Alla fine il circo ha avuto l'ultima parola
sui doganieri. La variegata carovana composta
da una decina di carrozzoni, cavalli, gabbie
pieni di elefanti, scimmie, lama, tigri,
leoni, una giraffa, ha varcato il confine
nel primo pomeriggio. Durante il lungo corteo
è riapparsa la matrona, affacciata ad una
finestrucola del suo carrozzone con una bottiglia
di wiskey in mano, che rideva sguaiatamente
visibilmente ubriaca, mostrando i pochi denti
bacati. Con fatica il corteo circense si
è fatto strada tra la folla, poi si è fermato
nel piazzale vicino al ponte grosso.
"E' arrivato il circo!!!". Si è
formato un plotone di ragazzini incuriositi
che, pur tenendosi timorosamente a distanza,
hanno praticamente accerchiato i carrozzoni.
Forse più che i nani, i pagliacci, i prestigiatori
o i vari ceffi baffuti dall'aria arcigna,
sono gli animali che danno al circo la sua
aura di mistero. I loro odori e i loro lamenti
non sono associabili al mondo di qua; fanno
rimbalzare la mente nelle savane d'Africa,
nelle jungle asiatiche, in India...

L'arrivo di Remedios Buendía