PRIMO GIORNO
Ore 11.00
Qualcosa bolle in pentola; c'e' un insolito
nervosismo intorno al palazzo assembleare
mapsulonnaise. In tarda mattinata sono stati
convocati tutti i componenti dell'assemblea
ed io sono stato inviato dall'Eco ad attenderli
all'uscita per capire di cosa si tratta.
Ore 21.00
E' veramente uno dei vertici piu' interminabili.
Sono stato qui davanti tutta la mattina,
ritornato dopo un breve pranzo, e mi hanno
assicurato che sarebbe finito verso le 17.
A questo punto me ne vado. Una signora che
abita qui vicino si offre gentilmente di
avvertirmi appena i consiglieri usciranno.
SECONDO GIORNO
Ore 18.00
Credevo che il vertice fosse finito durante
la notte e che la signora non mi avesse avvertito…
invece sono tutti ancora là dentro! Non ricordo
che ci sia mai stata una riunione così lunga.
Le mogli dei membri dell'assemblea hanno
sparso la voce che i mariti sono a palazzo
da ormai un giorno. Di solito non è che il
palazzo sia oggetto di particolare interesse,
invece stamattina ci sono gruppi di curiosi
che ci girano intorno, gente che da queste
parti non si vede proprio mai.
Non posso far altro che aspettare.
Il segretario non riceve nessuno e dice che
il presidente Blissett è in riunione.
Nel tardo pomeriggio si comincia a capire
che sta proprio succedendo qualcosa di grosso,
in paese se ne discute ormai apertamente.
Dal palazzo non filtra alcuna informazione,
mi domando di cosa diavolo staranno discutendo.
Anche stasera la signora si offre di avvertirmi
se usciranno, così me ne vado a casa.
TERZO GIORNO
Inutile chiedere. Sono ancora tutti là dentro.
Verso le dieci del mattino vengono sprangate
tutte le finestre e sbarrati i portoni; a
questo punto non c'è più da sperare che escano
entro breve tempo. Rimango comunque qui perché
non posso assolutamente rischiare di farmeli
scappare quando, prima o poi, usciranno.
Un po' di gente lascia le sue occupazioni
per venire a rendersi conto direttamente
di questa sorta di conclave senza fine.
Ore 12.30
Nessuno sembra proprio aver voglia di andarsene.
Qualcuno propone di mangiare sul posto, così
poco dopo viene allestita un'allegra tavolata
di fronte al palazzo, alla quale mi unisco
anch'io.
QUARTO GIORNO
Verso le undici è arrivato un carro pieno
di pacchi, probabilmente viveri, che le guardie
hanno sveltamente portato dentro da una porta
di servizio.
Sono tornati tutti quelli della tavolata
di ieri. A loro si sono aggiunti anche parecchi
italiani con passaporto mapsulonnaise che
vanno e vengono da oltre confine. Sono venuti
praticamente apposta, anche loro ad unirsi
a quest'attesa che sta assumendo i contorni
di un rituale.
Per ingannare il tempo si gioca a carte e
si raccontano vecchie storie. Chissà da quanto
tempo tutta questa gente non si ritrovava
insieme. Parecchie attività paesane si sono
interrotte e pian piano tutti arrivano qui
come attirati da un magnete.
Finalmente verso le quattro del pomeriggio
si è mosso qualcosa. E' arrivato un ometto
a dir poco singolare che indossava una giacca
di velluto marrone lunga fino alle ginocchia;
portava in capo una tuba nera e sottobraccio
due cartelle traboccanti di fogli.
Si è aperto il portone principale, ma appena
prima che l'ometto facesse il suo ingresso,
gli sono caduti alcuni fogli a terra. Le
guardie gli sono corse incontro allarmate,
hanno raccolto i fogli e senza tante cerimonie
lo hanno invitato ad entrare alla svelta.
QUINTO GIORNO
E' incredibile! Tutto intorno al confine
ci sono centinaia, forse addirittura un migliaio
persone che vogliono entrare.
La statale 66 è praticamente bloccata dalla
folla che preme sul confine di Ponte alla
Falce, un altro centinaio staziona sul Poggio
e quasi altrettanti addirittura all'Uccelliera.
Sembra che siano perlopiù italiani che vivono
nei vicini paesi di confine, ma c'è anche
qualcuno proveniente da altre regioni d'Europa.
Sono tutti lì pigiati da ore, nella speranza
di poter entrare.
Le guardie di confine mapsulonnaises, dato
il loro numero esiguo non sono certo preparate
ad un'emergenza di queste proporzioni. Già
stasera dovrebbero arrivare in aereoplano
squadre di rinforzo inviate in prestito dal
governo moldavo.
Questa faccenda stà diventando ogni ora che
passa sempre più surreale. Tutta questa gente
ha lasciato casa, lavoro, e si è portata
dietro tutta la famiglia per correre qui
ad assistere a non si sa cosa.
SESTO GIORNO
Stamattina è arrivata davanti al palazzo
una delegazione italiana che ha dovuto attendere
qualche ora prima di essere ricevuta. Mai
dalla proclamazione d'indipendenza c'erano
stati contatti così ravvicinati con il governo
italiano. E' facile intuire l'argomento di
questo eccezionale incontro: la situazione
ai confini sta per diventare esplosiva; la
statale 66 italiana da Pontepetri al passo
dell'Oppio è praticamente invasa dalla folla
che cresce di ora in ora ed il traffico è
ormai bloccato da quasi due giorni. Le autorità
italiane hanno intimato al governo mapsulonnaise
di aprire i confini ed hanno fatto intendere
che non tollereranno la situazione un giorno
di più. La delegazione è uscita dopo circa
un'ora senza rilasciare dichiarazioni, ma
dai loro musi lunghi si è capito che non
deve essere andata molto bene.
Ore 14.00
Si spalancano i confini. E' il caos.
Fortunatamente in quel momento mi trovavo
in via Repubblica nei pressi di Ponte alla
Falce, per farmi un'idea della situazione.
Certo non mi aspettavo che questa svolta,
comunque inevitabile, giungesse così presto.
Alla fine la pressione umana ha avuto la
meglio sui balletti politici, così ho potuto
assistere ad uno spettacolo incredibile.
Sembrava come il rompersi di una diga: la
folla che premeva da due giorni ha travolto
ogni barriera e per ore è defluita come un
fiume in piena.
E' impossibile elencare dettagliatamente
tutto quello che mi è passato davanti: gente
di ogni età, proveniente da ogni angolo di
mondo, che portava con sé fagotti, gabbie,
borse e valige di ogni specie, evidentemente
intenzionati a rimanere un bel po'. Alcuni
sono arrivati con vere e proprie mandrie
di bestiame: un gruppo dall'aria asiatica,
mongoli o tibetani, dirigevano faticosamente
una mandria di yak spaventata dalla confusione;
una coppia di contadini del Chianti dalla
faccia arsa dal sole spingeva su un carretto
un'enorme stia piena di galline terrorizzate
che svolazzavano una sopra l'altra; con loro
un ragazzo con un altro carretto trasportava
grandi vasi di aranci e limoni.
Ho assistito a quel vero e proprio carosello
senza muovermi di lì non so per quanto tempo,
finchè mi sono infilato nel fiume dei nuovi
arrivati che dopo quasi un'ora mi ha riportato
in centro.
Ore 18.00
Secondo le ultime notizie sarebbe stata aperta
anche la frontiera sul Poggio, chiusa ormai
da più di un anno, da dove sarebbe già entrato
un centinaio di persone. Finora c'erano passati
solo solo in quattro, per uno scambio di
prigionieri politici con l'Italia: due tecnici
televisivi catturati in piazza Appiano mentre
montavano un maxischermo, e due ragazzi che
tentarono di conquistare il Monte Argentario
bloccando le uniche tre strade che lo legano
alla terraferma. Riuscirono solo a buttare
giù un ripetitore prima di essere beccati
dalla polizia e fatti prigionieri.
Tutti si sono inizialmente diretti verso
il palazzo, come per dare una prima occhiata
alla loro meta e poi cercare una sistemazione.
Se non avessi visto la scena con i miei occhi,
avrei considerato impossibile che queste
strade, fino a qualche giorno fa percorse
da poche decine di persone, potessero ospitare
una massa umana di un'enormità quasi spaventosa.
Dopo aver impiegato ore a rincorrere gli
avvenimenti mi sono fermato. Ho sentito allora
un rumore finora sconosciuto su questi monti;
un fragore roboante invadeva il paese in
lungo e in largo come il suono della cascata
di un fiume: la Babele delle lingue, le voci
di qualche migliaio di individui affaccendati
a trovarsi uno spazio in questo improvviso
groviglio.
Eppure quell'atmosfera di caos ed emergenza
che si respirava all'apertura della frontiera
e' sparita. La confusione che pure si avverte
pare regolata da una fondamentale armonia,
tutti sembrano come convenuti ad un appuntamento
fissato da tempo; si sente il clima elettrizzante
delle grandi occasioni, quando il frutto
di anni di storia si concentra in poche ore
o pochi giorni. Dev'esserci stata la stessa
atmosfera i giorni della rivoluzione francese,
o durante la liberazione delle capitali europee
nel '45 oppure a Berlino i primi giorni della
caduta del muro o, ancora, a Münster, all'inizio
del 1534, durante l'esperienza autogestionaria
della rivolta anabattista.
Il fatto e' che in questo caso nessuno sa
cosa stia succedendo e nemmeno questa gente
che ha fatto centinaia, migliaia di chilometri
per venire qui, pare saperlo. Ho provato
a chiedere un po in giro, ma tutti dicono
di essere venuti seguendo qualcun'altro o
di essere qui perche' non c'erano mai stati,
perche' non tornavano da tanto tempo, o perche'
tanti anni fa c'era passato un nonno, un
amico, un parente. A tutti comunque era sembrata
l'occasione buona per fare i bagagli ed arrivare
qui prima possibile.
Ore 22.00
Ormai è buio. Sono completamente assorbito
da questa nuova atmosfera e passo la serata
a giro per il Paese-Stato ormai irriconoscibile.
Ogni strada è invasa da un amalgama di decine
di razze. Qua e là sono sorte bancarelle
che offrono mercanzie di ogni sorta e sono
spuntati giocolieri, saltimbanchi e musicisti
di strada.
In piazza c'è un fachiro indiano magrissimo
coperto solo da qualche cencio. Ha mandato
gli uomini piu' grossi nel fiume a prendere
la pietra più grande che potessero trovare.
Si stenderà sul suo letto di chiodi, si farà
mettere addosso la pietra e la farà spaccare
con una mazza dall'uomo più robusto. Scommette
con tutti una Bullera* contro cento che ne
uscirà illeso senza nemmeno un graffio. Il
suo pubblico è costituito soprattutto da
miei compaesani, che stasera sembrano una
minuscola minoranza in mezzo a questo minestrone
di razze. Tutti più o meno avvinazzati deridono
coralmente il fachiro e, amanti delle scommesse,
mettono volentieri mano al portafoglio sicuri
di una facile vittoria.
Arriva la pietra, il fachiro si stende sul
letto di chiodi e gli viene messo addosso
il sasso, quasi più grosso di lui. Un coraggioso
corniolo si decide a spaccarlo; afferra la
mazza e in
soli due colpi la pietra cade in pezzi. Tra
esclamazioni di clamore il fachiro si rialza
senza neanche un graffio né il segno di un
solo spillo. Gli scommettitori increduli
di aver perso i loro soldi, gridano alla
truffa e li rivogliono indietro. Il fachiro
fa appena in tempo a prendere il letto di
chiodi e scappare a gambe levate.
In mezzo alla folla antistante il palazzo
ora c'è un gruppo di musicisti scozzesi con
chitarre, violini e cornamuse che scuotono
decine di persone in una danza incessante:
la tensione accumulatasi fino ad oggi è esplosa
in una grande festa.
Alpe piana si è trasformata in un campeggio.
Ci sono arrivato seguendo l'eco di tamburi
suonati da qualcuno che si è già sistemato.
Tantissima gente, anche qui. La zona è talmente
tappezzata di tende da riconoscerla a stento.
Vedo in fondo a un campo un gruppo di beduini,
chi sul cammello, chi raggruppati in piccoli
capannelli. Anche qui, come nella loro terra
d'origine, stanno per conto loro senza mischiarsi
troppo con gli altri.
___________
(*)Bullera: Unità monetaria mapsulonnaise
in corso dal 1 gennaio 1999 a seguito dell'uscita
di scena della Lira italiana. Il suo valore
è allineato al Ngultrum, moneta del Bhutan,
con rapporto di 1 a 48.

Ponte alla falce: mattina del sesto giorno