Edité par: société éditoriale mapsulonnaise e-mail: bureau@mapsulonnaise.net
--Anno 7° N.7-- 20 marzo 2003

Maresca, Repubblica Popolare Mapsulonnaise. Dopo un rigido inverno oggi il cielo è blu cristallino ed i raggi del sole cominciano a diventare tiepidi. Sotto la loro luce finalmente limpida, i monti circostanti rivelano di nuovo la loro maestosità. Visto da qui il mondo sembrerebbe un paradiso terrestre, eppure a poche migliaia di kilometri di distanza il popolo iracheno sta iniziando a morire sotto le bombe sganciate dalla nostra cara civiltà occidentale.
Lo stato mapsulonnaise ha derogato al suo tradizionale basso profilo tecnologico ed ha sistemato degli altoparlanti lungo le strade da cui viene trasmessa musica classica.
Andiamo a piedi verso il borgo delle Stallacce per intervistare Alonso Carrasco de Montesinos, membro dell’assemblea del popolo, accompagnati dalle struggenti note dell’introduzione del Requiem di Mozart. L’atmosfera è quasi irreale, benchè di tanto in tanto passino carri agricoli, gruppi di capre e pecore, e nelle botteghe si continui a lavorare, quasi cercando di manifestare un’impossibile normalità.
Giunti davanti alla porta di casa, la signora de Montesinos Lopez Palomeque ci accoglie con grande calore. Il marito è nell’orto e tornerà tra poco. Veniamo introdotti nello spartano salotto dove domina il legno e campeggiano una vecchia macchina da scrivere, una radio ad onde corte ed innumerrevoli libri e fogli sparsi ovunque. Avvertiamo subito quel grande senso di umanità che emerge nelle situazioni difficili.
De Montesinos rientra e consegna alla moglie uova e due cavoli neri. “In momenti come questi sarebbe meglio fermarsi a riflettere e tacere per un po’ ”, ci dice salutandoci, “ma è più importante cogliere l’occasione di far conoscere all’esterno il nostro pensiero attraverso il vostro giornale.” Dai suoi stivali si stacca del fango che va a posarsi sul pavimento di legno. Si seccherà durante il nostro lungo colloquio.
Iniziamo dalla domanda più ovvia: quali motivi vi hanno spinti verso un’iniziativa che sta già provocando discussioni?
Poco più di un anno fa lo stato mapsulonnaise aveva assistito con rabbia, ma anche quasi da passivo spettatore, allo scoppio di un’altra guerra, quella in Afghanistan, guerra diversa ma pur sempre appartenente alla stessa logica, allo stesso calendario su cui era segnato il conflitto scoppiato in queste ore. Questa volta, approfittando di una serie di diverse circostanze, ci siamo mossi attivamente attraverso manifestazioni, varie iniziative ed una frenetica attività diplomatica. Una volta che la situazione è precipitata verso l'epilogo che tutti avremmo voluto evitare, il nostro senso di sgomento è stato ancora più grande ed in qualche modo doveva sfogarsi.
Alcuni nostri concittadini sono rimasti perplessi, anche all’interno dell’assemblea c’e’ stata inizialmente una certa discussione. E’ stato fatto notare che il leader iracheno è pur sempre un dittatore sanguinario. Benché, aggiungo io, ci siano in giro sanguinari liberamente eletti, perfino recentemente rieletti, per cui anche il non essere un dittatore non è automaticamente una garanzia.
Il nostro è un atto provocatorio, direi quasi disperato. Questo è un momento grave per l’umanità. Abbiamo avuto l’occasione di fare un passo avanti nella nostra evoluzione riuscendo ad evitare questa follia e creare così un precedente positivo per il futuro, ma questa occasione non è stata colta; ora rischiamo di fare dei passi indietro.
Come rispondere a chi dice che la crisi irakena non poteva essere risolta diversamente?
La *crisi irakena* non esiste. Almeno questa volta l’Iraq non ha attaccato nessuno, in mesi di ispezioni le famigerate armi di distruzione di massa non sono state trovate. E allora?
Innanzitutto bisogna rifiutarci di usare il termine crisi irakena, è un’invenzione mediatica, dobbiamo riuscire ad usare un linguaggio diverso da quello che ci viene proposto, anzi direi imposto, che rischiamo di fare passivamente nostro se non accendiamo il cervello. Poi tra noi è inutile raccontarci novelle, conosciamo benissimo le vere intenzioni di chi sta bombardando l’Iraq in queste ore.
Questa è una guerra d’aggressione, stavolta è più chiaro del solito. Credo che il livello di consapevolezza in questo caso abbia superato una certa soglia critica di diffusione, per cui poi diventa incontenibile, altrimenti non si spiega come solo un anno e mezzo fa questa grande forza di reazione fosse presente in misura molto minore per una guerra scritta sullo stesso calendario di questa. Basti pensare che solo nella nostra vicina Italia l’82% del parlamento l’appoggiò senza alcun problema…
Già, poi l’Europa e L’ONU allora erano uniti…
Anche su questo vediamo come sia facile offuscare la realtà mettendo in evidenza dei falsi problemi.
Si sono fatti discorsi sulla pericolosità di un’Europa divisa, dell’ONU divisa, minimizzando l’unico dato veramente importante: un intero popolo che rischiava di morire sotto le bombe occidentali, lanciate dal mondo che pretenderebbe di insegnare qualcosa alle altre culture. Questo è drammatico.
E’ piuttosto il momento di schierarsi, di scegliere da che parte stare, non di fare vuoti discorsi ed ostentare una neutralità che è di fatto impossibile. In momenti gravi come questo un personaggio politico dovrebbe derogare alla sua consueta condotta, dovrebbe permettersi il lusso di lasciare a casa il suo aplomb e fare da matto, dovrebbe *usare* la propria popolarità e la propria carica per manifestare in ogni modo la sua contrarietà a questa follia. Immaginiamo un presidente della repubblica, un ministro o un primo ministro che si incatenano ad un semaforo, o si stendono su un binario, su una strada, o entrano in un supermercato denunciando con un megafono l’assurdità di questa guerra. Se lo fa un normale cittadino la cosa può avere un minimo di risonanza, ma nel caso di un personaggio pubblico i media non potrebbero non occuparsene, sarebbero inevitabilmente costretti a dargli risalto incoraggiando così altri a fare lo stesso, personaggi pubblici o meno. E’ come lanciare un sasso nello stagno: l’importante è lanciarlo, poi le onde da qualche parte arriveranno.
Gli organismi internazionali erano divisi? Immaginiamo cosa sarebbe successo se l’Unione Europea e gran parte dell’ONU fossero stati uniti nell’appoggiare l’aggressione all’Iraq. Sarebbe stata una cosa *normale*, nessuno se ne sarebbe accorto, e così gli appassionati di architetture istituzionali sarebbero stati probabilmente soddisfatti. Allora noi diciamo: molto meglio un’Europa divisa se serve ad evitare una guerra, che si dividano più spesso! Mai come ora l’Europa e l’ONU hanno concretamente aiutato l’umanità. Alcuni paesi si saranno opposti magari per salvare qualche loro interesse in Iraq, ma rimane il fatto che la guerra è stata rimandata di almeno tre o quattro mesi. E’ già un grandissimo risultato; chi in questo momento sta morendo sotto le nostre bombe ha avuto almeno la vita allungata di qualche mese. “Un solo giorno di vita vale più di innumerevoli tesori” recita un detto asiatico, per cui si capisce che grande cosa l’ONU e L’Europa *divisi* abbiano realizzato. L’ONU morirà? Almeno avrà fatto un fine gloriosa dando il più concreto dei contributi all’umanità della sua storia. In seguito saremo capaci di inventare qualcosa di nuovo e migliore.
Come pensate di concretizzare il conferimento della cittadinanza onoraria a Saddam Hussein?
Il presidente Luther Blissett è in volo verso la Turchia da dove con mezzi di fortuna cercherà di raggiungere Baghdad via terra per consegnare personalmente il passaporto mapsulonnaise a Saddam. E’ un dittatore sanguinario? Benissimo, allora noi siamo come quel monaco scalzo che possiede solo la tunica che ha indosso e pochi altri effetti personali che va a soccorrere un mostro pluriomicida abbandonato da tutti.
Come dicevo prima, è un gesto volutamente provocatorio. In momenti come questo è importantissimo non cedere al senso di sconfitta e di rassegnazione; non bisogna fermarsi, ma fare qualcosa, qualsiasi cosa, non bisogna fermarsi.
Dare la cittadinanza onoraria a Saddam Hussein è la forma di protesta meno autolesionista che ci e’ venuta in mente. Avevamo anche discusso sul fare lo sciopero del respiro. Dato che l’aria circola, quella che respiriamo è anche la stessa che alimenta chi ha voluto fino in fondo questo conflitto, perciò l’idea era di smettere di respirare per non avere proprio niente a che fare con loro, ma poi abbiamo pensato che venendo meno noi fisicamente, ciò avrebbe fatto venir meno anche una delle tante voci contro la guerra. Un’altra proposta era lo sciopero della sovranità territoriale, cioè dare in regalo il nostro territorio al governo tibetano in esilio, o al Buthan o allo stesso Iraq, così da innestare una provincia dell’Islam in mezzo all’Europa, con tanto di mullah, di ayatollah, di imam, di moschee, di turbanti, di barbe, di burqa e di chador. Ma anche così, con la scomparsa del nostro stato, la biodiversità umana ne sarebbe uscita indebolita.
Parlavamo all’inizio di manifestazioni, che livello di partecipazione c’e’ stato il 15 febbraio nella nostra capitale?
Mah… qui c’erano praticamente tutti, diciamo una partecipazione del 95%, se si escludono i pochi contrari, chi non poteva muoversi, e la delegazione che è andata a Roma, di cui facevo parte anch’io.
E là com’è andata?
Direi benissimo. E’ stata anche un’occasione per vedere Roma. Qualcuno si è addirittura accorto di conoscere più le città marocchine che la capitale dello stato di cui fino a sette anni fa era cittadino!
Poi vogliamo mettere il brivido di attraversare un confine proibito… non avevamo ovviamente un visto d’ingresso in Italia ed abbiamo passato nottetempo il confine dal crinale appenninico. Abbiamo rappresentato lo stato mapsulonnaise da clandestini.
Credo che sia stata una grandissima esperienza per i milioni di persone che vi hanno partecipato, proprio una cosa storica, benché di questi tempi tutto sia storico, purtroppo.
E la televisione non ha nemmeno concesso la diretta…
Questo ci ha un po’ stupito; credevamo che la televisione avesse smesso completamente di occuparsi della realtà, invece abbiamo scoperto che ci sono ancora i telegiornali ed una parvenza di infrastruttura di informazione, se così la possiamo chiamare. Ma non vorremmo essere nei panni di chi basa la sua visione del mondo solamente sulle notizie di qualche sparuto telegiornale!!! Quella è la vera fantapolitica!
Io credo che dovrebbe essere piuttosto la realtà a smettere di occuparsi della televisione, come dice il bello slogan: Don’t hate the media, BECOME the media [non odiare i media, DIVENTA i media].
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